E' arrivato, ma già da un po', il blog (tenuto da me ed altri due illustri colleghi) su recensioni cinematrogratfiche, eccolo qui:
IL CATTIVO, IL BRUTTO, IL BUONO
il blog, aggiornato di rado, di uno che parla di tutto e di niente
lunedì 8 febbraio 2010
sabato 23 gennaio 2010
Vertov Rulez
Vi ripropongo qui di seguito una tesina che ho fatto per un esame che devo dare fra pochi giorni, sperando che, se volete leggerla, possiate trovarla di vostro interesse.
“The Man with a Movie Camera”
La nascita delle sinfonie urbane; il capolavoro di Dziga Vertov con le musiche dei Cinematic Orchestra
Le sinfonie urbane
Nel 1900, con la nascita delle Avanguardie Storiche, cambiano il modo e la volontà di vedere e, conseguentemente, raccontare la vita quotidiana. Cambia il metodo di analisi del mondo circostante. Questo grazie anche all’affermarsi di nuove tecnologie e nuovi media quali televisione e radio. Un altro grande mezzo di comunicazione che si sviluppa particolarmente in questo periodo è il cinema. Il cinema, o meglio, i primi registi cercano un distacco dal modo di fare arte dell’epoca per scoprire nuovi metodi espressivi, nuove forme di comunicazione. Questo tipo di nuova espressione era possibile anche grazie a tutte quelle tecniche e scelte stilistiche proprie esclusivamente dell’arte cinematografica: la ripresa della scena da angolazioni particolari; il movimento della macchina da presa; la scelta del taglio della pellicola e del ritmo nella fase del montaggio etc.
È proprio il cinema che dimostra di essere all’altezza di rappresentare la modernità, la velocità e la frenetica attività delle metropoli: nascono così le sinfonie urbane.
Le grandi città diventano i luoghi dove, grazie alla cinepresa, si possono creare delle vere e proprie composizioni ritmiche di immagini.
Gli artisti del tempo si convincono che la quotidianità vada raccontata in modo distaccato, oggettivo, vada documentata; è come se i registi fossero delle “figure super partes”, non mettono alcunché di personale nelle loro documentazioni, ma analizzano in modo imparziale la realtà che si presenta loro davanti.
Il primo esempio di sinfonia urbana, quasi la “cerimonia inaugurale” di tutto il filone, è Berlino, sinfonia di una grande città (Berlin, die Symphonie einer Grosstadt); un film del 1927, di Walter Ruttman. È un documentario che mostra semplicemente una giornata feriale nella città tedesca. Le particolarità sono, come già detto, i “virtuosismi tecnici” con il quale queste immagini vengono narrate.
Dziga Vertov e il cineocchio
Denis Arkadievitch Kaufaman nasce in Polonia nel 1896, da una famiglia medio borghese. Studia al conservatorio di Bialystok, sua città natale. Trasferitosi in Russia, a causa dell’invasione tedesca, studia medicina, ma nel 1917 inizia ad interessarsi al cinema e al movimento futurista; passioni che lo porteranno a decidere di cambiare nome e scegliere lo pseudonimo Dziga Vertov. Nei primi anni della sua carriera nel mondo del cinematografo lavora per La settimana cinematografica, un cinegiornale dai contenuti propagandistici. Negli anni ’20 realizza il film che sarà il manifesto del movimento Kinoki, di cui faceva parte: Il cineocchio (Kinoglaz), film dove il regista mette in pratica quelli che erano i principi delle sinfonie urbane, quindi la pura realtà priva di qualsiasi spettacolarizzazione. Così era e doveva essere il cine occhio: uno strumento assolutamente obiettivo che servisse per la propagando dello stato sovietico.
L’apice della carriera di Vertov arriva nel 1929 con la realizzazione de L’uomo con la macchina da presa (Celovek s Kinoapparatom). In seguito a questo capolavoro l’opera del regista subisce un continuo declino. Gira altre pellicole di stampo documentaristico ma non raggiunge mai livelli più alti del film del ’29.
Dziga Vertov muore nel 1954 a causa di un cancro.
The man with a movie camera
Come già accennato L’uomo con la macchina da presa è il film che segna il punto più alto della carriera di Dziga Vertov. Datato 1929, è l’opera maggiormente rappresentativa del regista; il capolavoro della produzione vertoviana e sicuramente una perla del cinema sovietico. Nella pellicola, della durata di poco più di un’ora, il regista si mette quasi a nudo, mostrando il suo modus operandi e le sue stesse idee. Vertov ha di se stesso l’immagine che impressiona sulla pellicola: quella di un uomo con un occhio in più: la sua macchina da presa, il “cineocchio” che nel film prende forma grazie alla sovrapposizione dell’immagine di un occhio e di quella di un obiettivo. Il film non ha alcuna didascalia, a differenza del resto dei film muti, e non ha un soggetto in particolare se non proprio il concetto di “fare cinema”. Le inquadrature, le scelte stilistiche e i ritmi di montaggio fanno sì che questo film venga classificato nel filone delle sinfonie urbane. Le immagini sono sempre le solite: vita cittadina, operai sul lavoro, strade gremite di gente, tram pubblici in movimento etc., ma, a differenza delle pellicole precedenti di Vertov, stavolta va scemando la componente propagandistica e prende piede il vero e proprio occhio che osserva, registra e documenta. Infatti l’attore protagonista, se così lo si può definire, del film è un cineoperatore che riprende usuali scene di vita nella città di Odessa, in una giornata lavorativa.
Il film inizia con le immagini di una sala cinematografica dove verrà proiettato il film stesso. Si abbassano le luci, l’orchestra inizia a suonare e sul telo bianco inizia il film. Le immagini sono quelle dei momenti più comuni della quotidianità: lavoro, sport, svago etc. Ma il regista inserisce nel film anche dei richiami ad alcuni momenti che segnano le tappe nella vita dell’uomo: la nascita, il matrimonio, il divorzio, la malattia e anche la morte, riprendendo lo svolgimento di una marcia funebre. Più volte viene mostrata la vera e propria fase di montaggio, curata da Yelizaveta Svilova (moglie di Vertov). Prima del finale del film vediamo addirittura (grazie ad un gioco di stop motion) la cinepresa che si anima da sola e inizia a riprendere di sua spontanea volontà, come fosse un essere pensante.
Sul lato tecnico questo film è un concentrato di ogni tipo di sperimentazione possibile: sovrapposizioni di immagini, carrellate, riprese oblique, addirittura variazioni della velocità della pellicola fino al fermo immagine completo.
Il film, come già detto, era muto e Vertov non ha mai scelto né indicato delle musiche per fare da colonna sonora, perciò dagli anni ’30 in poi sono stati svariati i musicisti che hanno composto le musiche da accompagnamento alle proiezioni, tra cui Pierre Henry e più recentemente, nel 2001, Michael Nyman. Nello stesso anno questo compito è stato assegnato agli inglesi The Cinematic Orchestra.
Il gruppo si forma alla fine degli anni ’90 per mano di Jason Swinscoe. Fin dall’inizio la musica dei Cinematic Orchestra abbraccia più generi; partendo da una base puramente jazz arriva a contaminarsi con l’elettronica, il trip-hop, l’acid e qualche leggero sprazzo di noise.
L’album, che farà da colonna sonora per il film di Vertov, viene registrato nel 2002 ed esce nella metà del 2003 per l’etichetta indipendente Ninja Tune. La durata è leggermente inferiore a quella del film per il semplice fatto che il sincronismo dell’audio con il video inizia nel momento in cui il proiezionista fa partire la pellicola e l’orchestra sotto al telo bianco inizia a suonare.
Il titolo dell’album non poteva che essere quello del film, ovviamente in inglese, The man with the movie camera.
La particolarità di questa unione è la palese “differenza generazionale”, ma la bravura dei Cinematic Orchestra è stata proprio quella di saper adattare ad un film di oltre settant’anni prima una composizione musicale assolutamente moderna, verrebbe quasi da dire “all’avanguardia”. La musica segue perfettamente le immagini del film e, quando possibile, anche il ritmo di montaggio. Sono molto riusciti i richiami ad un jazz più classico, inseriti nelle parti del film più legate ai passatempi ed al divertimento.
L’esperimento del gruppo inglese è stato, se vogliamo, quello di fare del vjing al contrario: anziché montare e mixare dei video al ritmo di una base musicale, è stata creata la composizione sonora sulle immagini della pellicola. Il risultato che ci troviamo davanti è un’opera multimediale che si estende nel tempo e, perché no, nello spazio: dalla Russia degli anni ’30 all’Inghilterra del ventunesimo secolo.
“The Man with a Movie Camera”
La nascita delle sinfonie urbane; il capolavoro di Dziga Vertov con le musiche dei Cinematic Orchestra
Le sinfonie urbane
Nel 1900, con la nascita delle Avanguardie Storiche, cambiano il modo e la volontà di vedere e, conseguentemente, raccontare la vita quotidiana. Cambia il metodo di analisi del mondo circostante. Questo grazie anche all’affermarsi di nuove tecnologie e nuovi media quali televisione e radio. Un altro grande mezzo di comunicazione che si sviluppa particolarmente in questo periodo è il cinema. Il cinema, o meglio, i primi registi cercano un distacco dal modo di fare arte dell’epoca per scoprire nuovi metodi espressivi, nuove forme di comunicazione. Questo tipo di nuova espressione era possibile anche grazie a tutte quelle tecniche e scelte stilistiche proprie esclusivamente dell’arte cinematografica: la ripresa della scena da angolazioni particolari; il movimento della macchina da presa; la scelta del taglio della pellicola e del ritmo nella fase del montaggio etc.
È proprio il cinema che dimostra di essere all’altezza di rappresentare la modernità, la velocità e la frenetica attività delle metropoli: nascono così le sinfonie urbane.
Le grandi città diventano i luoghi dove, grazie alla cinepresa, si possono creare delle vere e proprie composizioni ritmiche di immagini.
Gli artisti del tempo si convincono che la quotidianità vada raccontata in modo distaccato, oggettivo, vada documentata; è come se i registi fossero delle “figure super partes”, non mettono alcunché di personale nelle loro documentazioni, ma analizzano in modo imparziale la realtà che si presenta loro davanti.
Il primo esempio di sinfonia urbana, quasi la “cerimonia inaugurale” di tutto il filone, è Berlino, sinfonia di una grande città (Berlin, die Symphonie einer Grosstadt); un film del 1927, di Walter Ruttman. È un documentario che mostra semplicemente una giornata feriale nella città tedesca. Le particolarità sono, come già detto, i “virtuosismi tecnici” con il quale queste immagini vengono narrate.
Dziga Vertov e il cineocchioDenis Arkadievitch Kaufaman nasce in Polonia nel 1896, da una famiglia medio borghese. Studia al conservatorio di Bialystok, sua città natale. Trasferitosi in Russia, a causa dell’invasione tedesca, studia medicina, ma nel 1917 inizia ad interessarsi al cinema e al movimento futurista; passioni che lo porteranno a decidere di cambiare nome e scegliere lo pseudonimo Dziga Vertov. Nei primi anni della sua carriera nel mondo del cinematografo lavora per La settimana cinematografica, un cinegiornale dai contenuti propagandistici. Negli anni ’20 realizza il film che sarà il manifesto del movimento Kinoki, di cui faceva parte: Il cineocchio (Kinoglaz), film dove il regista mette in pratica quelli che erano i principi delle sinfonie urbane, quindi la pura realtà priva di qualsiasi spettacolarizzazione. Così era e doveva essere il cine occhio: uno strumento assolutamente obiettivo che servisse per la propagando dello stato sovietico.
L’apice della carriera di Vertov arriva nel 1929 con la realizzazione de L’uomo con la macchina da presa (Celovek s Kinoapparatom). In seguito a questo capolavoro l’opera del regista subisce un continuo declino. Gira altre pellicole di stampo documentaristico ma non raggiunge mai livelli più alti del film del ’29.
Dziga Vertov muore nel 1954 a causa di un cancro.
The man with a movie camera
Come già accennato L’uomo con la macchina da presa è il film che segna il punto più alto della carriera di Dziga Vertov. Datato 1929, è l’opera maggiormente rappresentativa del regista; il capolavoro della produzione vertoviana e sicuramente una perla del cinema sovietico. Nella pellicola, della durata di poco più di un’ora, il regista si mette quasi a nudo, mostrando il suo modus operandi e le sue stesse idee. Vertov ha di se stesso l’immagine che impressiona sulla pellicola: quella di un uomo con un occhio in più: la sua macchina da presa, il “cineocchio” che nel film prende forma grazie alla sovrapposizione dell’immagine di un occhio e di quella di un obiettivo. Il film non ha alcuna didascalia, a differenza del resto dei film muti, e non ha un soggetto in particolare se non proprio il concetto di “fare cinema”. Le inquadrature, le scelte stilistiche e i ritmi di montaggio fanno sì che questo film venga classificato nel filone delle sinfonie urbane. Le immagini sono sempre le solite: vita cittadina, operai sul lavoro, strade gremite di gente, tram pubblici in movimento etc., ma, a differenza delle pellicole precedenti di Vertov, stavolta va scemando la componente propagandistica e prende piede il vero e proprio occhio che osserva, registra e documenta. Infatti l’attore protagonista, se così lo si può definire, del film è un cineoperatore che riprende usuali scene di vita nella città di Odessa, in una giornata lavorativa.
Il film inizia con le immagini di una sala cinematografica dove verrà proiettato il film stesso. Si abbassano le luci, l’orchestra inizia a suonare e sul telo bianco inizia il film. Le immagini sono quelle dei momenti più comuni della quotidianità: lavoro, sport, svago etc. Ma il regista inserisce nel film anche dei richiami ad alcuni momenti che segnano le tappe nella vita dell’uomo: la nascita, il matrimonio, il divorzio, la malattia e anche la morte, riprendendo lo svolgimento di una marcia funebre. Più volte viene mostrata la vera e propria fase di montaggio, curata da Yelizaveta Svilova (moglie di Vertov). Prima del finale del film vediamo addirittura (grazie ad un gioco di stop motion) la cinepresa che si anima da sola e inizia a riprendere di sua spontanea volontà, come fosse un essere pensante.
Sul lato tecnico questo film è un concentrato di ogni tipo di sperimentazione possibile: sovrapposizioni di immagini, carrellate, riprese oblique, addirittura variazioni della velocità della pellicola fino al fermo immagine completo.

Il film, come già detto, era muto e Vertov non ha mai scelto né indicato delle musiche per fare da colonna sonora, perciò dagli anni ’30 in poi sono stati svariati i musicisti che hanno composto le musiche da accompagnamento alle proiezioni, tra cui Pierre Henry e più recentemente, nel 2001, Michael Nyman. Nello stesso anno questo compito è stato assegnato agli inglesi The Cinematic Orchestra.
Il gruppo si forma alla fine degli anni ’90 per mano di Jason Swinscoe. Fin dall’inizio la musica dei Cinematic Orchestra abbraccia più generi; partendo da una base puramente jazz arriva a contaminarsi con l’elettronica, il trip-hop, l’acid e qualche leggero sprazzo di noise.
L’album, che farà da colonna sonora per il film di Vertov, viene registrato nel 2002 ed esce nella metà del 2003 per l’etichetta indipendente Ninja Tune. La durata è leggermente inferiore a quella del film per il semplice fatto che il sincronismo dell’audio con il video inizia nel momento in cui il proiezionista fa partire la pellicola e l’orchestra sotto al telo bianco inizia a suonare.
Il titolo dell’album non poteva che essere quello del film, ovviamente in inglese, The man with the movie camera.La particolarità di questa unione è la palese “differenza generazionale”, ma la bravura dei Cinematic Orchestra è stata proprio quella di saper adattare ad un film di oltre settant’anni prima una composizione musicale assolutamente moderna, verrebbe quasi da dire “all’avanguardia”. La musica segue perfettamente le immagini del film e, quando possibile, anche il ritmo di montaggio. Sono molto riusciti i richiami ad un jazz più classico, inseriti nelle parti del film più legate ai passatempi ed al divertimento.
L’esperimento del gruppo inglese è stato, se vogliamo, quello di fare del vjing al contrario: anziché montare e mixare dei video al ritmo di una base musicale, è stata creata la composizione sonora sulle immagini della pellicola. Il risultato che ci troviamo davanti è un’opera multimediale che si estende nel tempo e, perché no, nello spazio: dalla Russia degli anni ’30 all’Inghilterra del ventunesimo secolo.
Recensione #2: Avatar
Ieri sera mi sono andato a vedere "Avatar" in 3D. Siccome tutto quello che ho da dire riguardo al film lo ha già detto un altro mio esimio collega, vi rimando direttamente alla sua di recensione, precisando che sottoscrivo tutto! L'unica cosa che posso aggiungere è che da quanto ero lontano dallo schermo è come se avessi visto una puntata dei puffi!
La recensione è QUI
Distinti saluti
La recensione è QUI
Distinti saluti
lunedì 18 gennaio 2010
Sono malato: mi piace pensare che la gente visiti il mio blog (che poi ho le statistiche, quindi so quante visite ricevo al giorno di media) e la mia malattia sta nel fatto di pensare spesso a dover aggiornare questo spazio virtuale postando cose, le più varie! Vado sempre poco sul personale: non ne vale la pena e poi al popolo gl’interessa poco quello che vivo, che penso, che faccio… sempre che sia realmente interessante.
Ma come sopperire a questa mia smania quando mancano argomenti interessanti di cui parlare? La paghetta settimana della figlia di Madonna ha ricevuto uno spazietto sul sito di Repubblica, oltre che un servizio su Studio Aperto, quindi tralasciamo… Sul terremoto di Haiti non saprei che dire, e tutto ciò che dovevo dire su “comportamento post-sisma” l’ho già detto in un post di qualche tempo fa. Quindi mi ritrovo qui a non avere la minima idea di cosa scrivere… però, di fatto, sto scrivendo! UAU!
Potrei raccontarvi dei due esami con degli attributi colossali che devo dare fra meno di un mese, ma sarebbe poco cùl! Però posso consigliarvi l’ascolto dell’album “Ma Fleur”, dei Cinematic Orchestra. Mi vengono in mente loro proprio perché uno dei loro album, “The Man With The Movie Camera” è l’argomento della tesina che porterò (se ce la farò a portarla) ad uno di questi due esami.
Guardando le corde della mia chitarrina acustica, io vi saluto, stupito di aver scritto così (relativamente) tanto per dire che non avevo niente da scrivere…
Quanto mi sento un emo di 15 anni! Gh!
Ma come sopperire a questa mia smania quando mancano argomenti interessanti di cui parlare? La paghetta settimana della figlia di Madonna ha ricevuto uno spazietto sul sito di Repubblica, oltre che un servizio su Studio Aperto, quindi tralasciamo… Sul terremoto di Haiti non saprei che dire, e tutto ciò che dovevo dire su “comportamento post-sisma” l’ho già detto in un post di qualche tempo fa. Quindi mi ritrovo qui a non avere la minima idea di cosa scrivere… però, di fatto, sto scrivendo! UAU!
Potrei raccontarvi dei due esami con degli attributi colossali che devo dare fra meno di un mese, ma sarebbe poco cùl! Però posso consigliarvi l’ascolto dell’album “Ma Fleur”, dei Cinematic Orchestra. Mi vengono in mente loro proprio perché uno dei loro album, “The Man With The Movie Camera” è l’argomento della tesina che porterò (se ce la farò a portarla) ad uno di questi due esami.
Guardando le corde della mia chitarrina acustica, io vi saluto, stupito di aver scritto così (relativamente) tanto per dire che non avevo niente da scrivere…
Quanto mi sento un emo di 15 anni! Gh!
venerdì 15 gennaio 2010
Nineteen Eighty-Four

Non sono solito recensire libri di questo calibro, specie se consideriamo che su questo capolavoro della letteratura è stato detto tutto il possibile. Ma siccome il mio amico Cyberpunk (nome fittizio) si è messo lì a fare recensioni di film e libri, io devo fargli una spietata concorrenza. Inoltre questo blog è un po’ inattivo ultimamente! Sapete com’è… carenza di argomenti.
Non farò certo una recensione accurata perché quelle le potete trovare ovunque, come già detto; spenderò giusto due parole su quello che è forse il mio libro preferito, nonché, pilastro della letteratura, come già detto. Wikipedia mi viene in soccorso aggiungendo che è il romanzo distopico per eccellenza, non si era ancora detto?
“1984”: ogni volta che pronuncio questo titolo non posso che provare una sensazione di eccitazione per la sua genialità e squallore per i suoi contenuti. Scritto nel (indovinate un po’?! E invece no!) 1948, da George Orwell (anche questo è un nome fittizio. Controllate pure, malfidati). Parla di una società formata da individui totalmente soggetti alle decisioni del governo, a cui capo troviamo niente popò di meno che il Grande Fratello, non quello della tivì, ma un signore che nessuno ha mai visto né sentito che però emana ordini, decide cosa si fa e cosa non si fa (dopo aver letto il romanzo troverete raccapricciante che abbiano usato questo nome per il programma televisivo!). Ci troviamo davanti ad una società dove pensare con la propria testa non solo fa male, ma è anche considerato un crimine!
Il protagonista non poteva che essere quindi una persona che si oppone a questo lifestyle così tristemente cool e che sarà quindi costretto ad una vita non proprio facilitata, ma questo lo dovete leggere nel libro!
La cosa su cui volevo soffermarmi è l’attualità di questo testo. Vi starete chiedendo (o forse no) come può un romanzo scritto più di 50 anni fa ad essere attuale. Chissà forse Orwell aveva un palantir, forse ha viaggiato nel futuro, forse si è calato degli acidi particolari e poi c’ha buttato sopra dei superalcolici, fatto sta che nella storia si parla di uno schermo in ogni casa (vi dice nulla?), microfoni e spie che controllano quasi ogni luogo (vi dice nulla?), persone che cambiano idea solo perché glielo dice il partito (vi dice nulla?) etc. etc.
Se avete fiducia nella giustizia, nei governi e in quello che vi dicono le televisioni allora scordatevi di aver letto tutto questo. Se, invece, avete voglia di leggere un libro che ha illuminato molti e che, già prima degli anni ’50, ci vedeva chiaro… leggetevi “1984”. L’avete già letto? Rileggetevelo!
Distinti saluti.
P.S. Il Grande Fratello vi osserva…
domenica 13 dicembre 2009
Il risultato degli eventi
Assurdo come l’evolversi degli eventi conduca talvolta ad eventi assolutamente inaspettati, talvolta a risultati prevedibilissimi.
Gli avvenimenti prendono le pieghe più disparate. Ciò che sembrava ovvio fin dall’inizio ci mette un’eternità a realizzarsi; quello che, invece, da principio sembra impossibile si compie sul nascere. Per quanto l’uomo voglia illudersi di controllare il mondo, c’è sempre una forza più grande di lui, una forza che l’uomo non può comandare.
Il susseguirsi li avvenimenti, l’evolversi delle situazioni è un’incognita. Un’infinita variabile il cui valore non è mai decretabile con certezza.
Quindi perché arrovellarsi tanto? Perché darsi tanta pena per qualcosa che non possiamo dominare?
C’è una sola soluzione: SCIALLO!
Gli avvenimenti prendono le pieghe più disparate. Ciò che sembrava ovvio fin dall’inizio ci mette un’eternità a realizzarsi; quello che, invece, da principio sembra impossibile si compie sul nascere. Per quanto l’uomo voglia illudersi di controllare il mondo, c’è sempre una forza più grande di lui, una forza che l’uomo non può comandare.
Il susseguirsi li avvenimenti, l’evolversi delle situazioni è un’incognita. Un’infinita variabile il cui valore non è mai decretabile con certezza.
Quindi perché arrovellarsi tanto? Perché darsi tanta pena per qualcosa che non possiamo dominare?
C’è una sola soluzione: SCIALLO!
giovedì 10 dicembre 2009
Volere è potere?!
Volere è potere, si dice.
Non è così! “Volere” non è “potere”.
Avete mai sentito qualcuno incapace di intendere e di potere? Avete mai sentito qualcuno che poteva un caffè al bar?!
“Volere un aumento” non è “Potere un aumento”.
“Te possino ammazzà” non è “Te voglino ammazzà”.
“Volere più potere” non è “potere più potere” o “potere più volere” o “volere più volere”.
E se proprio vogliamo dirla tutta, “TVB” non è “TPB”.
Non è così! “Volere” non è “potere”.
Avete mai sentito qualcuno incapace di intendere e di potere? Avete mai sentito qualcuno che poteva un caffè al bar?!
“Volere un aumento” non è “Potere un aumento”.
“Te possino ammazzà” non è “Te voglino ammazzà”.
“Volere più potere” non è “potere più potere” o “potere più volere” o “volere più volere”.
E se proprio vogliamo dirla tutta, “TVB” non è “TPB”.
venerdì 4 dicembre 2009
Miscellanea Dicembrina
Fu quando comparve sul mio desktop l'iconcina quadrata color verde acido riportante le lettere "Dw" che realizzai che la mia stabilita psicologica stava per essere turbata per sempre.
A buon intenditor...
C'è un mattonazzo di svariate centinaia di pagine che mi guarda minaccioso! Ce la farò a dare questo maledettissimo esame a febbraio?!?
Se qualche lettore ha da consigliarmi un po' di valida musica acappella (e per "valida", con tutto il rispetto, non intendo i Neri Per Caso) mi lasci un commento, tenchiu!
Che altro dire? Mah... niente.
Saluti
A buon intenditor...
C'è un mattonazzo di svariate centinaia di pagine che mi guarda minaccioso! Ce la farò a dare questo maledettissimo esame a febbraio?!?
Se qualche lettore ha da consigliarmi un po' di valida musica acappella (e per "valida", con tutto il rispetto, non intendo i Neri Per Caso) mi lasci un commento, tenchiu!
Che altro dire? Mah... niente.
Saluti
giovedì 19 novembre 2009
TRUFFA!
Per quanto questo blog è poco seguito, nel mio piccolo posso fare qualcosa...
Mi hanno telefonato poco fa dalla "Telecom Italia" cercando mio padre. Visto che lui non c'era mi hanno chiesto di farli richiamare al numero verde 800362323.
Appena chiuso il telefono ho cercato questo numero su Google scoprendo da svariati forum che molte persone sono state contattate da queste persone che segnalavano il mancato pagamento di una bolletta telefonica. Alcune di queste persone si sono informate e hanno scoperto (chiamando anche il 187) che questo numero verde NON appartiene alla Telecom Italia, ma che rimanda ad altri numeri a pagamento!
In altre parole, se vi chiamano dicendovi di richiamare quel numero verde... non fatelo perché è una truffa!
Spero di essere stato utile a qualcuno...
Diffondete il verbo, se possibile.
Mi hanno telefonato poco fa dalla "Telecom Italia" cercando mio padre. Visto che lui non c'era mi hanno chiesto di farli richiamare al numero verde 800362323.
Appena chiuso il telefono ho cercato questo numero su Google scoprendo da svariati forum che molte persone sono state contattate da queste persone che segnalavano il mancato pagamento di una bolletta telefonica. Alcune di queste persone si sono informate e hanno scoperto (chiamando anche il 187) che questo numero verde NON appartiene alla Telecom Italia, ma che rimanda ad altri numeri a pagamento!
In altre parole, se vi chiamano dicendovi di richiamare quel numero verde... non fatelo perché è una truffa!
Spero di essere stato utile a qualcuno...
Diffondete il verbo, se possibile.
mercoledì 18 novembre 2009
Viviamo (ancora) nella terra dei cachi!!!
Era il 1996 quando gli Elio e le Storie Tese portavano "La terra dei cachi" al festival di Sanremo. A distanza di 13 anni questa canzone è ancora assolutamente attuale... e la cosa, ad essere onesto, mi inquieta tantissimo!
Vi ripropongo il testo della canzone sperando cogliate i significati nascosti...
Artista: Elio e le Storie Tese
Titolo: La terra dei cachi
Album: Eat the phikis
Parcheggi abusivi, applausi abusivi,
villette abusive, abusi sessuali abusivi;
tanta voglia di ricominciare abusiva.
Appalti truccati, trapianti truccati,
motorini truccati che scippano donne truccate;
il visagista delle dive è truccatissimo.
Papaveri e papi, la donna cannolo,
una lacrima sul visto:
Italia sì, Italia no.
Italia sì, Italia no,
Italia bum, la strage impunita.
Puoi dir di sì, puoi dir di no,
ma questa è la vita.
Prepariamoci un caffè,
non rechiamoci al caffé:
c'è un commando che ci aspetta
per assassinarci un po'.
Commando sì, commando no,
commando omicida.
Commando pam!,
commando prapapapapam!,
ma, se c'è la partita,
il commando non ci sta
e allo stadio se ne va,
sventolando il bandierone
non più il sangue scorrerà.
Infetto sì? Infetto no?
Quintali di plasma.
Primario sì, primario dai,
AAAAH! Primario fantasma.
Io fantasma non sarò, e al tuo plasma dico no;
se dimentichi le pinze fischiettando ti dirò:
"Fi fi fi fi, ti devo una pinza.
Fi fi fi fi, ce l'ho nella panza".
Viva il crogiuolo di pinze,
viva il crogiuolo di panze. Eh!
Quanti problemi irrisolti,
ma un cuore grande così.
Italia sì, Italia no,
Italia gnamme!, se famo du' spaghi.
Italia sob, Italia prot,
la terra dei cachi.
Una pizza in compagnia,
una pizza da solo;
un totale di due pizze
e l'Italia è questa qua.
Fufafifì, fufafifì, Italia evviva.
Squerellerellèsh, catarapàrupai,
Italia perfetta, perepepé nainananai.
Una pizza in compagnia, una pizza da solo;
in totale molto pizzo ma l'Italia non ci sta.
Italia sì, Italia no, scurcurrillu, currillo.
Italia sì: ué!!!
Italia no, spereffère fellecche.
Ué, ué, ué, ué, ué.
Perché la terra dei cachi è la terra dei cachi.
Vi ripropongo il testo della canzone sperando cogliate i significati nascosti...
Artista: Elio e le Storie Tese
Titolo: La terra dei cachi
Album: Eat the phikis
Parcheggi abusivi, applausi abusivi,
villette abusive, abusi sessuali abusivi;
tanta voglia di ricominciare abusiva.
Appalti truccati, trapianti truccati,
motorini truccati che scippano donne truccate;
il visagista delle dive è truccatissimo.
Papaveri e papi, la donna cannolo,
una lacrima sul visto:
Italia sì, Italia no.
Italia sì, Italia no,
Italia bum, la strage impunita.
Puoi dir di sì, puoi dir di no,
ma questa è la vita.
Prepariamoci un caffè,
non rechiamoci al caffé:
c'è un commando che ci aspetta
per assassinarci un po'.
Commando sì, commando no,
commando omicida.
Commando pam!,
commando prapapapapam!,
ma, se c'è la partita,
il commando non ci sta
e allo stadio se ne va,
sventolando il bandierone
non più il sangue scorrerà.
Infetto sì? Infetto no?
Quintali di plasma.
Primario sì, primario dai,
AAAAH! Primario fantasma.
Io fantasma non sarò, e al tuo plasma dico no;
se dimentichi le pinze fischiettando ti dirò:
"Fi fi fi fi, ti devo una pinza.
Fi fi fi fi, ce l'ho nella panza".
Viva il crogiuolo di pinze,
viva il crogiuolo di panze. Eh!
Quanti problemi irrisolti,
ma un cuore grande così.
Italia sì, Italia no,
Italia gnamme!, se famo du' spaghi.
Italia sob, Italia prot,
la terra dei cachi.
Una pizza in compagnia,
una pizza da solo;
un totale di due pizze
e l'Italia è questa qua.
Fufafifì, fufafifì, Italia evviva.
Squerellerellèsh, catarapàrupai,
Italia perfetta, perepepé nainananai.
Una pizza in compagnia, una pizza da solo;
in totale molto pizzo ma l'Italia non ci sta.
Italia sì, Italia no, scurcurrillu, currillo.
Italia sì: ué!!!
Italia no, spereffère fellecche.
Ué, ué, ué, ué, ué.
Perché la terra dei cachi è la terra dei cachi.
lunedì 16 novembre 2009
Art Session: Mario Amaya
Quando vedi il baffo della Nike o il coniglietto di Playboy, sai già cosa rappresenta quel logo!
Non la pensa certo così Mario Amaya che ha deciso di prendere alcuni loghi ormai celeberrimi e di affidarli ad altri marchi. Il risultato è tanto ottimo quanto geniale.
QUI una rassegna di questi loghi.
Non la pensa certo così Mario Amaya che ha deciso di prendere alcuni loghi ormai celeberrimi e di affidarli ad altri marchi. Il risultato è tanto ottimo quanto geniale.
QUI una rassegna di questi loghi.

mercoledì 4 novembre 2009
Recensione #1

Artista: Soul Killa Beatz
Album: "Do you like cembalo?!"
Diego dei Soul Killa Beatz mi ha chiesto (così, en passant, su Facebook) di fargli una recensione del loro “Do you like cembalo?!”. Io i Soul Killa Beatz non li conosco di persona, ho solo contatti virtuali con il suddetto Diego (tranne una brevissima conversazione di persona in occasione del live degli Ex-Otago all’Italia Wave del 2008), però non posso dire non nutrire una certa simpatia per loro. Ma cercherò di essere oggettivo.
È quasi patetico: sto scrivendo come fossi davvero un critico musicale di Rockit!
Inizio subito facendo l’infame per poi parlarne positivamente alla fine!
“Do you like cembalo?!” non è certo l’album che cambierà le sorti dell’indiepop italiano, però non è un disco da prendere e buttare via.
È piacevole, nel senso più positivo del termine. E sembrerebbe (almeno all’orecchio di uno che si basa solo sul suo gusto personale) che l’impegno ci sia. Le tracce sono solo 7, 5 se togliamo intro e outro, ma sembra non voler essere affatto un disco superficiale. È un disco semplice: le musiche sono dirette, leggere, facili da digerire… in una parola, orecchiabili! Chitarre spesso acustiche, tastierino giocattolo e cembali!
Ma c’è una differenza abissale tra semplice e superficiale: semplice = bene; superficiale = male… per farla proprio breve.
I testi sono autobiografici e non, ma mai troppo espliciti. Le canzoni parlano di un mondo visto con gli occhi di alcuni ventenni negli anni della crisi dei valori. Ma forse loro (noi) questi valori li vogliono (vogliamo) trovare. Li cercano nei treni in partenza, negli scarabocchi, e soprattutto nei ricordi… e scusate se è poco!
Troviamo anche una collaborazione (telefonica) del Pernazza (directly from Ex-Otago!) in “Remeber di respirare”, pezzo che parte assolutamente funky per sfociare poi in uno spaccato di infanzia quasi commovente… dico davvero!!!
In conclusione “Do you like cembalo?!” è un disco di quelli che ti mettono di buon umore alla fine di una giornata non proprio delle migliori.
QUI il Myspace dei SKB
P.S. Diego, per i 2000 € ci mettiamo d’accordo in separata sede! ;D
venerdì 23 ottobre 2009
giovedì 22 ottobre 2009
Il nostro oro
Ricordo che nel cortile dell’asilo che frequentavo da bambino c’era uno scivolo; il terreno su cui era messo questo scivolo era piuttosto morbido ed umido, e spesso noi bambini ci mettevamo a scavare, con il classico legnetto, questo terreno. Sopra di noi, i meno interessati a scavare, scivolavano, e noi sotto a fare le buche. Ricordo che c’era un motivo particolare per il quale scavavamo: l’oro.
Sotto il primo strato di terra c’era un altro tipo di terra; non so per quale ragione chimico-organica, ma questa terra era di un colore fra il rossiccio e l’argentato. I bambini, si sa, hanno molta fantasia e quindi noi, bambini quali eravamo, ci dicevamo che quella terra così particolare fosse oro. Lo sapevamo benissimo che non era oro, ma ci piaceva immaginare che lo fosse.
Ci bastava un legnetto, ci bastava sederci sotto a quello scivolo e avevamo trovato il nostro oro.
Oggi, a 20 anni, mi rendo conto che non mi basta più un legnetto e un terriccio argentato. Oggi, quando pensiamo all’oro, in testa abbiamo ben altro che semplice terra. Dov’è finita quella fantasia? Dov’è finita quell’immaginazione che ti faceva essere la persona più felice del mondo con un po’ di terra? È assurdo pensare che oggi molti si sentono felici solo possedendo ettari ed ettari di terreno… e a noi ne bastava meno di un metro quadro.
La verità è che quella che noi chiamiamo “maturità”, quella specie di conoscenza che deriva dalle nostre esperienze, se viene troppo esaltata va a rimpiazzare totalmente la fantasia, l’immaginazione.
Proverò a trascrivere il testo di una canzone in vernacolo pisano dei Gatti Mézzi (dove “mézzi” sta per fradici, bagnati), gruppo jazz/swing di Pisa che fa canzone in pisano, appunto. La canzone non parla proprio del trovare oro, ma, più specificatamente, dello scavare buche. Credo sia in parte attinente e la condivido.
Artista: I Gatti Mézzi
Titolo: Vango per passione
Album: Anco alle puce ni viene la tosse
Vango la terra e mi sfogo, la rimugino, la batto, la sbriciolo e mi ci ritrovo.
Non sono un contadino; vango per passione.
Con gesto anti’o, le mano stringo ‘r mani’o, ‘r piede pigio sur pallonzolo.
Bu’o la terra, c’entro dentro.
Ah bene! Ah bene!
I lombri’i un vanno ammazzati; stai attento a’ lombri’i!
Prendo ‘n mano una zolla, grassa e profumata, l’annuso poi la strizzo.
Ah bene!
Toh, lombri’o godi! Toh, godi!
T’aiuto a bu’à, t’aiuto a anda’ più fondo.
Tieni, la merda der cane ti do! T’aiuto, aiutami: trasformala.
Vango per passione: mi rammenta ‘r mi babbino.
Vango e mi sfogo!
Dev’esse’ quer sòno sordo, quer vibrio che m’arriva ner piede puntellato sur pallonzolo.
Si strappa la radicina, si sbriciola ‘r sassino… è lì che dovento scemo!
Non sono un contadino; lui dura fati’a, si sfonda ‘r groppone, si mola le mani… io godo e basta! Alla terra ‘un ni ‘hiedo ‘ frutti, un ni do nemmeno ‘ semi.
La bu’o, la rivorto, la sciupo… ma con garbo.
Perché ‘ bimbi scavano le bu’e? Cosa cercano ‘ bimbi vando scavano le bu’e?
Io ora lo so: ‘un cercan nulla… scavano, per passione.
Dev’esse’ ‘r piace’ di vede’ ‘r vòto dove prima ‘un c’era.
“Bimbo, l’hai fatto te quer popò di bu’o?”
“Sì, l’ho fatto io! Che popò di bu’a t’ho fatto!”
Ecco, è tutto lì!
Sotto il primo strato di terra c’era un altro tipo di terra; non so per quale ragione chimico-organica, ma questa terra era di un colore fra il rossiccio e l’argentato. I bambini, si sa, hanno molta fantasia e quindi noi, bambini quali eravamo, ci dicevamo che quella terra così particolare fosse oro. Lo sapevamo benissimo che non era oro, ma ci piaceva immaginare che lo fosse.
Ci bastava un legnetto, ci bastava sederci sotto a quello scivolo e avevamo trovato il nostro oro.
Oggi, a 20 anni, mi rendo conto che non mi basta più un legnetto e un terriccio argentato. Oggi, quando pensiamo all’oro, in testa abbiamo ben altro che semplice terra. Dov’è finita quella fantasia? Dov’è finita quell’immaginazione che ti faceva essere la persona più felice del mondo con un po’ di terra? È assurdo pensare che oggi molti si sentono felici solo possedendo ettari ed ettari di terreno… e a noi ne bastava meno di un metro quadro.
La verità è che quella che noi chiamiamo “maturità”, quella specie di conoscenza che deriva dalle nostre esperienze, se viene troppo esaltata va a rimpiazzare totalmente la fantasia, l’immaginazione.
Proverò a trascrivere il testo di una canzone in vernacolo pisano dei Gatti Mézzi (dove “mézzi” sta per fradici, bagnati), gruppo jazz/swing di Pisa che fa canzone in pisano, appunto. La canzone non parla proprio del trovare oro, ma, più specificatamente, dello scavare buche. Credo sia in parte attinente e la condivido.
Artista: I Gatti Mézzi
Titolo: Vango per passione
Album: Anco alle puce ni viene la tosse
Vango la terra e mi sfogo, la rimugino, la batto, la sbriciolo e mi ci ritrovo.
Non sono un contadino; vango per passione.
Con gesto anti’o, le mano stringo ‘r mani’o, ‘r piede pigio sur pallonzolo.
Bu’o la terra, c’entro dentro.
Ah bene! Ah bene!
I lombri’i un vanno ammazzati; stai attento a’ lombri’i!
Prendo ‘n mano una zolla, grassa e profumata, l’annuso poi la strizzo.
Ah bene!
Toh, lombri’o godi! Toh, godi!
T’aiuto a bu’à, t’aiuto a anda’ più fondo.
Tieni, la merda der cane ti do! T’aiuto, aiutami: trasformala.
Vango per passione: mi rammenta ‘r mi babbino.
Vango e mi sfogo!
Dev’esse’ quer sòno sordo, quer vibrio che m’arriva ner piede puntellato sur pallonzolo.
Si strappa la radicina, si sbriciola ‘r sassino… è lì che dovento scemo!
Non sono un contadino; lui dura fati’a, si sfonda ‘r groppone, si mola le mani… io godo e basta! Alla terra ‘un ni ‘hiedo ‘ frutti, un ni do nemmeno ‘ semi.
La bu’o, la rivorto, la sciupo… ma con garbo.
Perché ‘ bimbi scavano le bu’e? Cosa cercano ‘ bimbi vando scavano le bu’e?
Io ora lo so: ‘un cercan nulla… scavano, per passione.
Dev’esse’ ‘r piace’ di vede’ ‘r vòto dove prima ‘un c’era.
“Bimbo, l’hai fatto te quer popò di bu’o?”
“Sì, l’ho fatto io! Che popò di bu’a t’ho fatto!”
Ecco, è tutto lì!
martedì 20 ottobre 2009
A proposito del post precedente, eccovi un video realizzato dal sottoscritto...
STEREOTYPES KILL IDEAS from Hum.as on Vimeo.
Individualismo collettivo
La creatività è un po’ egoista. Quale creativo produce per sé? Chi, dopo aver dato alla luce una nuova creatura, non è smanioso di farla vedere al mondo?
Egoismo. O forse altruismo. Altruismo nell’ottica in cui l’opera risulti utile agli altri.
Immaginatevi librerie senza libri, negozi di dischi senza dischi, musei d’arte senza opere d’arte, mostre fotografiche senza fotografie, e così via…
Il creativo ha bisogno di consensi, di approvazione; vi dirà che gli fanno piacere anche le critiche, ma non è sempre vero.
Il creativo è egoista (specie i grafici, dicono), e il suo egoismo passa attraverso le sue opere.
Qual è quella band che non vuole una schiera di fan? Qual è quello scrittore che non vuole i suoi lettori?
Oggi poi questa vetrina è a disposizione di chiunque. Questo blog ne è la prova, ogni blog ne è la prova. Le pagine di Myspace dove i vari artisti pubblicano musica, foto, dipinti.
Ormai un nuovo libro, un nuovo disco, una nuova esposizione non sono più eventi così straordinari. Per fortuna, o purtroppo.
È molto più difficili essere raggiunti, senza “sponsor”, ma basta un computer e una connessione a internet per dire la proprio a un numero più o meno ampio di persone. E di questo passo si perde la voglia di trovarsi, di discutere davanti ad una birra. Non sto scoprendo l’acqua calda dicendo che la direzione in cui stiamo andando è quella dell’individualismo collettivo; vogliamo mostrare a tutti quello che abbiamo fatto da soli. Vogliamo dire la nostra a più persone contemporaneamente. Quindi un concerto, una partita, una conferenza diventano momenti di svago e non più di condivisione. La vera condivisione, oggi, è qui, su internet. Verrò a noia, ma Facebook è il party, la sagra, il festival della condivisione!
Avevo voglia di buttare giù due righe e mi sono lasciato andare in questo flusso di coscienza per partire dalla creatività ed arrivare a Facebook (mi sto venendo a noia da solo!), ed ora, per restare coerenti, salvo, copio, incollo e pubblico tutto.
Saluti.
Egoismo. O forse altruismo. Altruismo nell’ottica in cui l’opera risulti utile agli altri.
Immaginatevi librerie senza libri, negozi di dischi senza dischi, musei d’arte senza opere d’arte, mostre fotografiche senza fotografie, e così via…
Il creativo ha bisogno di consensi, di approvazione; vi dirà che gli fanno piacere anche le critiche, ma non è sempre vero.
Il creativo è egoista (specie i grafici, dicono), e il suo egoismo passa attraverso le sue opere.
Qual è quella band che non vuole una schiera di fan? Qual è quello scrittore che non vuole i suoi lettori?
Oggi poi questa vetrina è a disposizione di chiunque. Questo blog ne è la prova, ogni blog ne è la prova. Le pagine di Myspace dove i vari artisti pubblicano musica, foto, dipinti.
Ormai un nuovo libro, un nuovo disco, una nuova esposizione non sono più eventi così straordinari. Per fortuna, o purtroppo.
È molto più difficili essere raggiunti, senza “sponsor”, ma basta un computer e una connessione a internet per dire la proprio a un numero più o meno ampio di persone. E di questo passo si perde la voglia di trovarsi, di discutere davanti ad una birra. Non sto scoprendo l’acqua calda dicendo che la direzione in cui stiamo andando è quella dell’individualismo collettivo; vogliamo mostrare a tutti quello che abbiamo fatto da soli. Vogliamo dire la nostra a più persone contemporaneamente. Quindi un concerto, una partita, una conferenza diventano momenti di svago e non più di condivisione. La vera condivisione, oggi, è qui, su internet. Verrò a noia, ma Facebook è il party, la sagra, il festival della condivisione!
Avevo voglia di buttare giù due righe e mi sono lasciato andare in questo flusso di coscienza per partire dalla creatività ed arrivare a Facebook (mi sto venendo a noia da solo!), ed ora, per restare coerenti, salvo, copio, incollo e pubblico tutto.
Saluti.
venerdì 16 ottobre 2009
giovedì 15 ottobre 2009
Miscellanea Ottobrina
Ma sì, alla fine sono contento… sono contento perché Facebook sta passando di moda (molto lentamente) e mi sto convincendo che forse non è IL MALE, ma, se usato in modo corretto può anche essere un mezzo quasi utile!
È tornato il freddo. Me ne sono accorto in particolare dal fatto che non sono bastati 5 minuti di stufetta per scaldare il bagno abbastanza da non soffrire come cani quando non si è sotto il getto caldo per insaponarsi. E così ora toccherà docciarsi nell’altro bagno; quello con la stufetta a muro, che si può tenere accesa anche durante il lavaggio. Ma non è questo il peggiore dei mali.
È successo in questi giorni nel Michigan (come agli inizi dell’anno scorso in Australia) che una signora di 54 anni ha chiamato la polizia per denunciare un furto nella sua abitazione. L’unico inconveniente è che l’oggetto del furto erano delle piante di marijuana… ed hanno arrestato lei!
Vi segnalo inoltre un blog che prende i fatti del giorno per farne del sarcasmo dissacrante: Spinoza
Saluti
È tornato il freddo. Me ne sono accorto in particolare dal fatto che non sono bastati 5 minuti di stufetta per scaldare il bagno abbastanza da non soffrire come cani quando non si è sotto il getto caldo per insaponarsi. E così ora toccherà docciarsi nell’altro bagno; quello con la stufetta a muro, che si può tenere accesa anche durante il lavaggio. Ma non è questo il peggiore dei mali.
È successo in questi giorni nel Michigan (come agli inizi dell’anno scorso in Australia) che una signora di 54 anni ha chiamato la polizia per denunciare un furto nella sua abitazione. L’unico inconveniente è che l’oggetto del furto erano delle piante di marijuana… ed hanno arrestato lei!
Vi segnalo inoltre un blog che prende i fatti del giorno per farne del sarcasmo dissacrante: Spinoza
Saluti
sabato 10 ottobre 2009
Il ritorno dei Fascisti
[Con la rarefatta collaborazione di A. Curcuruto]
A volte basta che una serie di circostanze, assolutamente disconnesse tra di loro, si accavallino una sopra l’altra contemporaneamente per avere una percezione distorta – o, se vogliamo, più fantasiosa – della realtà.
A distanza di un anno e mezzo mi è tornato in mente un episodio che, proprio a causa di questo accavallamento di circostanze, mi fece provare una sensazione che ora come ora definirei angoscia.
Ero in quinta superiore e quella mattina, come spesso capitava, prima di andare a scuola mi fermavo in pasticceria a fare colazione – sì, mi tratto bene!
La pasticceria in questione è su una strada della periferia pisana; è piuttosto rinomata per la qualità dei suoi prodotti. Anche se c’è da dire che ultimamente sono scaduti un po’.
L’arredamento del suddetto luogo è piuttosto raffinato, da parere un posto di lusso, anche se non vuole esserlo… almeno credo. Diciamo che può sembrare uno di quei luoghi riservati ad una cerchia più o meno ristretta di persone. E questo fatto, che preso da solo è il più inutile dei fatti, in questa storia va a costituire proprio una di quelle circostanze.
Un’altra circostanza è che eravamo nell’aprile del 2008. Chi ha più memoria si ricorderà subito che nell’aprile del 2008 Berlusconi è salito al governo per la quarta volta; non sarà difficile ricordare anche l’aria che si respirava in quei giorni.
Quella mattina il caso volle che nella pasticceria ci fosse un numero piuttosto alto di persone ben vestite, quasi eleganti. Persone che sarebbero potute appartenere a quell’ipotetica cerchia ristretta di cui parlavo poco fa. Chiamiamola “Borghesia”.
Fu sicuramente un caso che un numero così insolito di persone apparentemente benestanti si ritrovasse lì in quel momento, ma la prima cosa che mi venne da pensare fu: “Ecco, sono tornati i fascisti!”
Ebbi come l’impressione che, con la vittoria del Centro-destra, tutta quella gente di stampo fascista (seppur di gran lunga diluito) fosse uscita dalle tane in cui si nascondeva. Non è facilissimo da spiegare, ma mi sembrò come se questi borghesi ora non avessero più paura di farsi vedere in giro. Come se fosse di nuovo il loro turno e si sentissero liberi di passeggiare per le strade, andare a fare colazione nelle pasticcerie – che, erano luoghi appositamente per loro, per la loro cerchia ristretta – ostentando, inoltre, una certa spavalderia.
Lo ripeto: tutto questo discorso è frutto della mia fantasia; è probabile che lì dentro, quella mattina, non ci fosse stato nemmeno uno che abbia messo la X sul logo de Il Popolo delle Libertà, ma girandomi dal bancone verso la sala e vedendo tutte quelle giacche e quelle scarpe di pelle, la prima cosa che pensai fu proprio: “Ecco, sono tornati i fascisti!”
A volte basta che una serie di circostanze, assolutamente disconnesse tra di loro, si accavallino una sopra l’altra contemporaneamente per avere una percezione distorta – o, se vogliamo, più fantasiosa – della realtà.
A distanza di un anno e mezzo mi è tornato in mente un episodio che, proprio a causa di questo accavallamento di circostanze, mi fece provare una sensazione che ora come ora definirei angoscia.
Ero in quinta superiore e quella mattina, come spesso capitava, prima di andare a scuola mi fermavo in pasticceria a fare colazione – sì, mi tratto bene!
La pasticceria in questione è su una strada della periferia pisana; è piuttosto rinomata per la qualità dei suoi prodotti. Anche se c’è da dire che ultimamente sono scaduti un po’.
L’arredamento del suddetto luogo è piuttosto raffinato, da parere un posto di lusso, anche se non vuole esserlo… almeno credo. Diciamo che può sembrare uno di quei luoghi riservati ad una cerchia più o meno ristretta di persone. E questo fatto, che preso da solo è il più inutile dei fatti, in questa storia va a costituire proprio una di quelle circostanze.
Un’altra circostanza è che eravamo nell’aprile del 2008. Chi ha più memoria si ricorderà subito che nell’aprile del 2008 Berlusconi è salito al governo per la quarta volta; non sarà difficile ricordare anche l’aria che si respirava in quei giorni.
Quella mattina il caso volle che nella pasticceria ci fosse un numero piuttosto alto di persone ben vestite, quasi eleganti. Persone che sarebbero potute appartenere a quell’ipotetica cerchia ristretta di cui parlavo poco fa. Chiamiamola “Borghesia”.
Fu sicuramente un caso che un numero così insolito di persone apparentemente benestanti si ritrovasse lì in quel momento, ma la prima cosa che mi venne da pensare fu: “Ecco, sono tornati i fascisti!”
Ebbi come l’impressione che, con la vittoria del Centro-destra, tutta quella gente di stampo fascista (seppur di gran lunga diluito) fosse uscita dalle tane in cui si nascondeva. Non è facilissimo da spiegare, ma mi sembrò come se questi borghesi ora non avessero più paura di farsi vedere in giro. Come se fosse di nuovo il loro turno e si sentissero liberi di passeggiare per le strade, andare a fare colazione nelle pasticcerie – che, erano luoghi appositamente per loro, per la loro cerchia ristretta – ostentando, inoltre, una certa spavalderia.
Lo ripeto: tutto questo discorso è frutto della mia fantasia; è probabile che lì dentro, quella mattina, non ci fosse stato nemmeno uno che abbia messo la X sul logo de Il Popolo delle Libertà, ma girandomi dal bancone verso la sala e vedendo tutte quelle giacche e quelle scarpe di pelle, la prima cosa che pensai fu proprio: “Ecco, sono tornati i fascisti!”
venerdì 9 ottobre 2009
venerdì 18 settembre 2009
TROVA GLI ERRORI!
L'Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.
[Costituzione della Repubblica Italiana, Art. 1]
martedì 15 settembre 2009
Cioccolata, felicità e ragione
Ieri sera dopo cena mi sono ritrovato in tavola una di quelle barre di cioccolata enormi e pesantissime. Quelle che hanno 8 quadretti, ma grandi quando amplificatori Marshall. La cioccolata in questione era extrafondente e la sua confezione, o meglio, le scritte sulla sua confezione mi hanno fatto sorgere dei dubbi.
Al centro della confezione c’è scritto a caratteri cubitali “CIOCCOLATO EXTRA FONDENTE”, poi sotto la stessa cosa, ma in tedesco, “Reine Bitterschokolade”, ed in sloveno “Čokolada”.
Come avrete notato la definizione in tedesco è la traduzione esatta di quella in italiano, ma quella in sloveno sembra un po’ meno dettagliata. Ed è qui che mi è sorto il dubbio: in sloveno nella parola “Čokolada” è sottinteso anche il termine “extra fondente” – e quindi sono gli altri tipi di cioccolata a venire specificati con un’aggiunta a quel termine – oppure la ditta che ha prodotto quella cioccolata (ditta italiana) è talmente razzista da ritenere gli sloveni un popolo così inferiore da non sentirsi in dovere di informarli che quel cioccolato è extrafondente?
Dopo aver esposto questo mio dilemma ai miei commensali un amico, mio ospite, ha fatto questa osservazione: il problema di farsi certe domande, per quanto siano sensate (“intelligentissime”, ha detto lui), è che tu perdi tempo nel cercare una risposta, mentre gli altri, nella loro beata ignoranza, vivono la loro vita.
E qui mi è venuto in mente quel racconto di Voltaire che vado a copiarvi; l’ho preso pari pari da internet, quindi ci sono un po’ di capoversi che, di fatto, non so se ci sono anche nell’originale, ma importante è che si capisca... il fatto che vada spesso a capo è indifferente!
Voltaire, “Storia di un buon bramino”
Viaggiando incontrai un vecchio bramino, un uomo molto saggio e sapientissimo.
Vicino alla sua bella casa, circondata da un giardino incantevole, abitava una vecchia indiana, bigotta e piuttosto povera.
Un giorno il bramino mi disse: - Vorrei non essere mai nato.
Gli chiesi il perché.
Mi rispose: - Da quarant’ anni studio e sono quarant’anni perduti: insegno agli altri e ignoro tutto: questo fatto mi umilia tanto che la mia vita è diventata insopportabile. Sono nato, vivo nel tempo e non so che cosa sia il tempo; mi trovo in un punto fra due eternità, come dicono i nostri saggi, e non ho nessuna idea dell’eternità. Sono fatto di materia; penso, e non ho mai capito da che cosa nasca il pensiero. Non so perché esisto. Eppure ogni giorno mi fanno delle domande proprio su questi argomenti; bisogna rispondere; nulla di buono ho da dire e parlo molto, e resto confuso e vergognoso di me, dopo che ho parlato. “Ah, reverendo padre, così mi si dice,spiegateci perché il male inonda la terra tutta!” Io ho gli stessi dubbi di quelli che mi interrogano e talvolta rispondo loro che nel mondo tutto va per il meglio, ma quelli che sono stati rovinati e mutilati in guerra non ci credono affatto, ed io lo stesso. Arrivo quasi a disperarmi quando penso che dopo tutte le mie ricerche non so da dove vengo, quel che sono, né dove andrò dopo la morte, né quel che diventerò.
Lo stesso giorno vidi la vecchia che abitava vicino a lui e le chiesi se mai si fosse angustiata per non sapere come era fatta la sua anima.
Neppure capì la questione: in tutta la sua vita non aveva mai riflettuto su uno dei problemi che rendevano infelice il bramino; credeva con tutto il cuore in tutto ciò che le avevano insegnato e rispettava le tradizioni religiose: credeva nelle metamorfosi di Visnù e purché avesse ogni tanto dell’ acqua del Gange per purificarsi, si riteneva la donna più beata del mondo.
Colpito dalla felicità di quella povera creatura, tornai dal mio bramino filosofo dicendogli: Non vi vergognate a sentirvi infelice quando vicino alla vostra porta avete un vecchio automa che non pensa a nulla e vive contento?
Avete ragione - mi rispose. - Cento volte mi son detto che sarei felice, se fossi sciocco come la mia vicina, eppure non vorrei una tale contentezza.
Questa risposta del bramino mi fece più impressione di tutto il resto; esaminai me stesso e vidi che veramente anch’io non avrei voluto essere contento a patto d’essere imbecille.
Proposi la faccenda ad alcuni filosofi e furono d’accordo con me.
Eppure dicevo c’è una grande contraddizione nel nostro modo di pensare. Perché, in fondo, qual è il nostro problema? Quello di essere felici. Che importa essere intelligenti o essere sciocchi? Chi è contento di essere com’è, è ben sicuro di essere contento; chi ragiona, non è altrettanto certo di ragionare bene.
Dunque è chiaro dicevo che bisognerebbe scegliere di non avere intelligenza, per poco che l’ intelligenza contribuisca al nostro malessere.
Tutti furono del mio parere, eppure non trovai nessuno che volesse accettare il patto di diventare imbecille per diventare contento. Da ciò conclusi che se noi apprezziamo la felicità, apprezziamo ancor di più la ragione.
E per citare qualcosa di molto precedente a questa storia, possiamo trovare nella Bibbia il sunto di tutto questo: il re Salomone nel primo capitolo del libro dell’Ecclesiaste, al versetto 18 dice: “Infatti, dov'è molta saggezza c'è molto affanno, e chi accresce la sua scienza accresce il suo dolore.”
So che Voltaire e la Bibbia non c’entrano nulla col discorso della cioccolata extrafondente… ma, d'altronde, quante volte capita di partire da un tema e finire a parlare di altro!?
Al centro della confezione c’è scritto a caratteri cubitali “CIOCCOLATO EXTRA FONDENTE”, poi sotto la stessa cosa, ma in tedesco, “Reine Bitterschokolade”, ed in sloveno “Čokolada”.
Come avrete notato la definizione in tedesco è la traduzione esatta di quella in italiano, ma quella in sloveno sembra un po’ meno dettagliata. Ed è qui che mi è sorto il dubbio: in sloveno nella parola “Čokolada” è sottinteso anche il termine “extra fondente” – e quindi sono gli altri tipi di cioccolata a venire specificati con un’aggiunta a quel termine – oppure la ditta che ha prodotto quella cioccolata (ditta italiana) è talmente razzista da ritenere gli sloveni un popolo così inferiore da non sentirsi in dovere di informarli che quel cioccolato è extrafondente?
Dopo aver esposto questo mio dilemma ai miei commensali un amico, mio ospite, ha fatto questa osservazione: il problema di farsi certe domande, per quanto siano sensate (“intelligentissime”, ha detto lui), è che tu perdi tempo nel cercare una risposta, mentre gli altri, nella loro beata ignoranza, vivono la loro vita.
E qui mi è venuto in mente quel racconto di Voltaire che vado a copiarvi; l’ho preso pari pari da internet, quindi ci sono un po’ di capoversi che, di fatto, non so se ci sono anche nell’originale, ma importante è che si capisca... il fatto che vada spesso a capo è indifferente!
Voltaire, “Storia di un buon bramino”
Viaggiando incontrai un vecchio bramino, un uomo molto saggio e sapientissimo.
Vicino alla sua bella casa, circondata da un giardino incantevole, abitava una vecchia indiana, bigotta e piuttosto povera.
Un giorno il bramino mi disse: - Vorrei non essere mai nato.
Gli chiesi il perché.
Mi rispose: - Da quarant’ anni studio e sono quarant’anni perduti: insegno agli altri e ignoro tutto: questo fatto mi umilia tanto che la mia vita è diventata insopportabile. Sono nato, vivo nel tempo e non so che cosa sia il tempo; mi trovo in un punto fra due eternità, come dicono i nostri saggi, e non ho nessuna idea dell’eternità. Sono fatto di materia; penso, e non ho mai capito da che cosa nasca il pensiero. Non so perché esisto. Eppure ogni giorno mi fanno delle domande proprio su questi argomenti; bisogna rispondere; nulla di buono ho da dire e parlo molto, e resto confuso e vergognoso di me, dopo che ho parlato. “Ah, reverendo padre, così mi si dice,spiegateci perché il male inonda la terra tutta!” Io ho gli stessi dubbi di quelli che mi interrogano e talvolta rispondo loro che nel mondo tutto va per il meglio, ma quelli che sono stati rovinati e mutilati in guerra non ci credono affatto, ed io lo stesso. Arrivo quasi a disperarmi quando penso che dopo tutte le mie ricerche non so da dove vengo, quel che sono, né dove andrò dopo la morte, né quel che diventerò.
Lo stesso giorno vidi la vecchia che abitava vicino a lui e le chiesi se mai si fosse angustiata per non sapere come era fatta la sua anima.
Neppure capì la questione: in tutta la sua vita non aveva mai riflettuto su uno dei problemi che rendevano infelice il bramino; credeva con tutto il cuore in tutto ciò che le avevano insegnato e rispettava le tradizioni religiose: credeva nelle metamorfosi di Visnù e purché avesse ogni tanto dell’ acqua del Gange per purificarsi, si riteneva la donna più beata del mondo.
Colpito dalla felicità di quella povera creatura, tornai dal mio bramino filosofo dicendogli: Non vi vergognate a sentirvi infelice quando vicino alla vostra porta avete un vecchio automa che non pensa a nulla e vive contento?
Avete ragione - mi rispose. - Cento volte mi son detto che sarei felice, se fossi sciocco come la mia vicina, eppure non vorrei una tale contentezza.
Questa risposta del bramino mi fece più impressione di tutto il resto; esaminai me stesso e vidi che veramente anch’io non avrei voluto essere contento a patto d’essere imbecille.
Proposi la faccenda ad alcuni filosofi e furono d’accordo con me.
Eppure dicevo c’è una grande contraddizione nel nostro modo di pensare. Perché, in fondo, qual è il nostro problema? Quello di essere felici. Che importa essere intelligenti o essere sciocchi? Chi è contento di essere com’è, è ben sicuro di essere contento; chi ragiona, non è altrettanto certo di ragionare bene.
Dunque è chiaro dicevo che bisognerebbe scegliere di non avere intelligenza, per poco che l’ intelligenza contribuisca al nostro malessere.
Tutti furono del mio parere, eppure non trovai nessuno che volesse accettare il patto di diventare imbecille per diventare contento. Da ciò conclusi che se noi apprezziamo la felicità, apprezziamo ancor di più la ragione.
E per citare qualcosa di molto precedente a questa storia, possiamo trovare nella Bibbia il sunto di tutto questo: il re Salomone nel primo capitolo del libro dell’Ecclesiaste, al versetto 18 dice: “Infatti, dov'è molta saggezza c'è molto affanno, e chi accresce la sua scienza accresce il suo dolore.”
So che Voltaire e la Bibbia non c’entrano nulla col discorso della cioccolata extrafondente… ma, d'altronde, quante volte capita di partire da un tema e finire a parlare di altro!?
mercoledì 2 settembre 2009
Mi sono riletto alcuni dei post già pubblicati e ce ne sono alcuni che sono proprio delle pagine di diario. Quindi mi sono detto: perché non scrivere un aggiornamento su quest’ultimo periodo della mia vita? Lo leggeranno in pochi, ma avevo voglia di scrivere. Ed ora che sto scrivendo qualcosa con l’unico scopo di pubblicarlo su questo blog ho anche trovato un argomento che è sicuramente più interessante della mia vita.
Avete fatto caso che da un po’ di tempo noi giovani abbiamo la tendenza a “condividere” i fatti nostri ovunque?
Questo blog ne è un esempio (anche se pubblico per lo più cose che non mi riguardano in prima persona). Ma l’esempio più brillante, ultimamente, non può che essere… esatto! Proprio lui! Il nostro amato, adorato, venerato Facebook (o “Faccialibro” per i no-global, o “fb” per i più svogliati)!!! Facebook: la festa, la sagra, il festival della condivisione! Che poi parlo io… io che l’avevo tolto e che l’ho rimesso! Ma lasciamo perdere me…
Spiegatemi la vera utilità di Facebook. O meglio, spiegatemi in che modo Faceboo può essere utile usato nel seguente modo: postando 12.000 foto per ogni evento della nostra esistenza; iscrivendosi a gruppi inutili (es. “per tutti quelli che almeno una volta nella vita… sono andati al bagno! XD”) etc.etc.etc.
Per quando mi riguarda (ma sì… riparliamo di me!) sto cercando di utilizzarlo in modo, per quanto possibile, in modo più intelligente.
Ed ora non so come concludere questo discorso. E lo pubblico così… toh!
Saluti.
Avete fatto caso che da un po’ di tempo noi giovani abbiamo la tendenza a “condividere” i fatti nostri ovunque?
Questo blog ne è un esempio (anche se pubblico per lo più cose che non mi riguardano in prima persona). Ma l’esempio più brillante, ultimamente, non può che essere… esatto! Proprio lui! Il nostro amato, adorato, venerato Facebook (o “Faccialibro” per i no-global, o “fb” per i più svogliati)!!! Facebook: la festa, la sagra, il festival della condivisione! Che poi parlo io… io che l’avevo tolto e che l’ho rimesso! Ma lasciamo perdere me…
Spiegatemi la vera utilità di Facebook. O meglio, spiegatemi in che modo Faceboo può essere utile usato nel seguente modo: postando 12.000 foto per ogni evento della nostra esistenza; iscrivendosi a gruppi inutili (es. “per tutti quelli che almeno una volta nella vita… sono andati al bagno! XD”) etc.etc.etc.
Per quando mi riguarda (ma sì… riparliamo di me!) sto cercando di utilizzarlo in modo, per quanto possibile, in modo più intelligente.
Ed ora non so come concludere questo discorso. E lo pubblico così… toh!
Saluti.
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