giovedì 27 agosto 2009

Art Session: Egon Schiele


“Alcuni dipinti di Schiele hanno lasciato intendere che egli poteva portare alla luce l’intimo dell’uomo ed ecco che la vista di ciò che è accuratamente nascosto faceva orrore, perché è fetido e rognoso e colpito da un divorante disfacimento. Egon Schiele ha osservato i volti e li ha dipinti, volti che ammuffiscono pallidi e sorridono afflitti, e che assomigliano ad espressioni di vampiri a cui manca il cruento nutrimento; volti di invasati le cui anime sono purulente e che lasciano coagulare i loro dolori indicibili in rigidità da maschera. Ed ancora volti che offrono una raffinata sintesi visiva della vita interiore umana in tutte la più sfumate manifestazioni visibili dell’almanaccare, del meditare, del riflettere, del sognare e dell’essere appassionato, del male e del bene, dell’intimo, del caldo e del freddo. Egli ha visto occhi glaciali nei volti umani e li ha dipinti, rilucenti nei pallidi colori della putrefazione; ha percepito la morte sotto la pelle. Con grande stupore ha osservato mani intirizzite e deformate ed impacciate, con la pelle rugosa e le unghie gialle. […] Non lo si comprende, se si ritiene che abbia dipinto tutto questo per una perversa predilezione.”
[Arthur Roessler]



mercoledì 26 agosto 2009

La Melevisione non è più quella di una volta!

domenica 9 agosto 2009

Gigiballa

C’era a Livorno il “parterre” (così veniva chiamato), un giardino zoologico che fortunatamente oggi è rimasto solo giardino. Gli animali sono stati trasferiti agli inizi degli anni ’90.
Tra questi animali ce n’era uno in particolare, un orso bruno che veniva chiamato da tutti i livornesi Gigiballa. Questo nome derivava dal fatto che quest’orso ballasse veramente. Era l’attrazione dello zoo. I genitori portavano i figli a vedere lo “spettacolo” di questo animale e tutti ne ridevano.
La verità però era che l’orso “ballava” perché aveva male ad un dente. E, ballando, emetteva un urlo quasi angosciante, come richiesta d’aiuto.
Quest’orso è morto, all’età di 33 anni (età considerevole per un orso), nell’estate del 2007 nella riserva naturale dell’Orecchiella, in provincia di Lucca, dove era stato trasferito nel ’92.
Non voglio aggiungere alcun giudizio personale sulle persone che sapevano del malessere dell’orso ma non presero provvedimenti perché rimanesse un attrazione. Come disse qualcuno, “ai posteri l’ardua sentenza”.
Vi lascio però con la canzone che ha portato alla luce questa storia.


Bobo Rondelli
“Gigiballa”

La mia mamma mi portava a vedere Gigiballa,
era un orso che ballava perché un dente gli doleva.
E balla ancora Gigiballa!

E la gente accorreva per vedere Gigiballa.
E la gente applaudiva, e nessuno provvedeva.
E balla ancora Gigiballa!

News dal mondo #1

George Vera.
Probabilmente questo nome non vi dirà nulla. Neanche io lo avevo mai sentito fino a 2 minuti fa, quando ho letto che questo ragazzo di 25 anni e di 227 chilogrammi, detenuto in una prigione texana, teneva una pistola nascosta tra le sue maniglie dell’amore. Andava in giro per il carcere gasandosi con gli altri detenuti di poter sparare in qualunque momento.
Ha fatto l’errore di confessare il suo segreto ad un secondino ed ora, oltre all’accusa di vendita di cd falsi, s’è beccato un’accusa per detenzione illegale di arma da fuoco.
Non lo dico sarcasticamente, lo penso seriamente: un vero genio!

venerdì 31 luglio 2009

Art Session: Josh Keyes

Sezioni di un mondo immaginario, dove l'uomo sembra essersi estinto e la flora e la fauna si uniscono in un connubio perfetto. Se è troppo difficile da immaginare, date un'occhiata!
Josh Keyes

giovedì 30 luglio 2009

Storie brevi #1: Una notte

Ogni tanto mi diletto nello scrivere. Stasera ho buttato giù un raccontino senza pretese. Nulla di eccezionale. Anche un po' banale, per certi aspetti. Ma lo voglio condividere qui.

Una notte


Stanotte non riesco a prendere sonno.
Ho letto, ho ascoltato musica, ho persino provato con la camomilla. Niente. Gli occhi non ne vogliono sapere di chiudersi. E l’encefalo non ha intenzione di andare in stand-by almeno per le 4 ore che mancano al suono della sveglia. E va bene. Così sia.
Mi vesto, prendo le chiavi e salgo in macchina. È un freddo lunedì mattina. Forse anche io sono un po’ freddo. Ma non m’importa. Le cose vanno come è scritto che vadano. Me lo ripeto spesso, me ne faccio sempre una ragione. Dopo un po’ uno si abitua anche a farsi una ragione su tutto.
La strada scorre veloce, la macchina è illuminata ad intermittenza dai lampioni sopra la mia testa. Sento un rumore rapido e sordo da sotto le ruote. Riccio imprudente. Se ne farà una ragione, anche lui. Mi accendo una sigaretta e la butto prima della metà, mi sento così noiosamente apatico che non ho neanche voglia di fumare. Avete presente quei momenti in cui vi sembra che vi muoviate per inerzia? Che ogni cosa che fate sembra fatta controvoglia, anche respirare diventa una rottura di palle.
Devo alzare il riscaldamento per evitare di morire assiderato. Dicono sia uno dei febbrai più freddi degli ultimi 15 anni. E la mia 126 non è che sia proprio in formissima. Per quanto riguarda le funzioni primarie (vedi: accelerare, frenare) non posso lamentarmi, ma per ogni cosa in più (vedi: riscaldamento, clacson, sterzo) non raggiunge proprio i massimi livelli. Però ci sono affezionato. Me l’ha venduta, due anni fa, un vecchietto veramente amabile, una persona squisita. – Era di mio figlio – mi disse – poi un giorno il cancro se lo è portato via, ed io la patente non l’ho mai avuta. Ho sempre preferito i pedali! – Mi fece un prezzo miserabile. Ancora oggi mi verrebbe da andarlo a trovare e dargli dei soldi o fargli dei lavori. Dopo il pagamento mi offrì pure un caffè: davvero un’ottima persona.
Non sono uscito con l’intento di raggiungere un luogo preciso, stasera, ma ho imboccato una strada che conosco molto bene. E ora che sono qui posso già immaginare dove spegnerò il motore.
Infatti.
Questa piazza non è molto illuminata ed io mi metto nel punto più buio. Mi accendo una sigaretta e mi metto a fissare quella finestra. La luce è accesa, come immaginavo.
È tanto banale quanto inevitabile: i ricordi iniziano a sgorgare più che mai limpidi. Ogni parola, ogni gesto che questa piazza ha visto. Momenti che sono rimasti nella mia testa e in quella di tutti gli altri come attimi eternamente presenti. Quando vengo qui, per un attimo mi scordo cosa è successo e mi sembra di rivivere quelle situazione come se stessero accadendo davvero. Ognuno di noi era felice. Spensierati come bambini. Giocavamo a fare i finti sessantottini, i finti intellettuali.
Poi ecco che vedo l’ombra della sua testa avvicinarsi alla finestra. Vedo il braccio che si allunga. La finestra si apre. Io rimango fermo, consapevole della mia invisibilità. Ma sono così preso dal momento che mi dimentico completamente del puntino luminoso di colore rosso della mia sigaretta.
– Sei tu? – dice la voce alla finestra. Non rispondo, sperando che abbandoni le speranze torni dentro.
– Sei tu? – ripete.
– Perché ti sei affacciato? – domando, facendomi coraggio.
– Nessun motivo in particolare. Ho sentito il bisogno di guardare fuori.
– Mi hai sentito arrivare?
– No. Non sapevo che fossi lì. Però è successa una cosa curiosa: avvicinandomi alla finestra ho sentito come un attrazione ed una paura insieme. Sapevo che qualcosa mi aspettava fuori.
– Immagino che tu aspetti ancora le mie scuse.
– A dire il vero no. Non più. Sai cosa? Me ne sono fatto una ragione.
– So cosa intendi…
– Dici? Non credo, visto che sei venuto fin qui guidando.
– Hai ragione. Scusami.
– Poi, da quel giorno io c’ho pensato su parecchio. E sto iniziando a convincermi che non sia stata colpa tua. O comunque non solo colpa tua. Certe notti sogno di essere così fin da bambino. Sogno che l’incidente non è mai avvenuto. Che anche quando passavamo le giornate tutti insieme io ero già così.
– Lo so, non è la cosa migliore da dire. E io sono proprio l’ultimo a potertela dire, ma penso che sia già tutto scritto. Che sia andata così perché è così che doveva andare: non è colpa di nessuno.
– Te l’ho detto. Me ne sto iniziando a convincere. Diciamo che mi sento alleggerito.
– Per quanto suoni falso e ipocrita mi fa piacere.
– Vuoi salire a bere qualcosa?
– Dici sul serio?
– Sì.
Chiudo la macchina. Mi avvio al portone della palazzina. Mi giro un attimo per dare uno sguardo sulla piazza e rivedo quelle scene: noi, seduti ai tavolini di quel bar, a bere la nostra birra giornaliera, a ridere delle notizie dei giornali e a citare Fabrizio De André.
Salgo le scale. Arrivo alla curva dopo la quale troverò quella porta. Ne intravedo il primo angolo. E come vedo una delle due ruote capisco che lui è lì che mi aspetta. Non ce la faccio. Scappo. Riscendo le scale correndo come un pazzo. Salgo in macchina. Accendo e accelero più che posso. Trenta secondi dopo sto piangendo.
Credo che ormai per questa notte il sonno non arriverà. Girerò in macchina per altre due ore. E poi timbrerò il cartellino.

venerdì 24 luglio 2009

"Lombritticoetica (Storie morali)"

"Un lombrico stava attaccato all'amo. Un pesce lo vide.
- Adesso ti mangio - disse.
- Se mi mangi - disse il lombrico - verrai mangiato a tua volta.
Il pesce se ne fregò, lo mangiò e fu mangiato.

Un lombrico stava attaccato all'amo. Un pesce lo vide.
- Adesso ti mangio - disse.
- Se mi mangi - disse il lombrico - verrai mangiato a tua volta.
Il pesce riconoscente se ne andò e non mangiò mai più lombrichi.

Un lombrico stava attaccato all'amo. Un pesce lo vide.
- Adesso ti mangio - disse.
Il lombrico tacque.
Il pesce lo mangiò e fu mangiato.

Un lombrico stava attaccato all'amo. Un pesce lo vide.
- Oh come soffri - disse - posso fare qualcosa per te?
- Mangiami - supplicò il lombrico - poni fine alla mia agonia.
- No - disse il pesce - non voglio essere mangiato.

Un lombrico stava attaccato all'amo. Un pesce lo vide.
- Oh come soffri - disse - posso fare qualcosa per te?
- Potresti, ma se lo farai finirai mangiato.
- Ti mangerò ugualmente - disse il pesce - non posso vederti soffrire cosi.

Un lombrico che prima di diventare esca era stato un grande benefattore, stava attaccato all'amo quando passò di lì un pesce conosciuto in tutto il fiume per la sua malvagità.
I due si guardarono a lungo. Poi si rivolsero al pescatore:
- E lei, cosa fa lì sopra in panciolle, mentre qua sotto accadono eventi che comportano grandi scelte morali e precise responsabilità davanti all'opinione pubblica?
Il pescatore per tutta risposta ritirò la lenza con tutto l'armamentario, e se ne andò.
- Ecco - borbottò - uno viene qui per pescare e subito te la buttano in politica."
[Tratto da "L'ultima lacrima", Stefano Benni]

lunedì 29 giugno 2009

"I miei rapporti sono indescrivibili: non sono simili a niente di già esistente, e se assomigliano vuol dire che c’è un equivoco, ovvero che qualcuno chiama con lo stesso nome due cose che differiscono. Io so che due persone uguali non esistono, quindi adotto un peso e una misura per ogni persona che mi si para di fronte, rischiando la nevrosi, per distinguere soggetti che non in tutti i casi si accorgono di come e quanto per me i rapporti importino. Mi spiego: cerco di non rimanere da solo, perché se ciò accadesse m’incazzerei alquanto, a tal punto da prendere in mano una spada e affettare gente random finché non mi fermano, o finché gli esseri non si esauriscono. E tu credi che questa sia solo un’iperbole, un modo per riempire dei fogli di parole, però dovresti vedere cosa scrivo negli altri fogli, quelli che tengo nascosti dagli sguardi ignari di coloro che alla fine di questo pezzo penseranno che alla fine non è vero che il sottoscritto non ha bisogno degli altri. Vedete?, siete imprecisi. La differenza abissale fra “altri” e “tutti” non vi è chiara: ho bisogno di persone, ma molte meno dell’intera popolazione mondiale. Per questo posso permettermi di non interessarmi e di allontanare molte ragazze alle quali non ho niente da dire, che non sanno che “andare a letto” per me significa “andare a dormire”, e che non distinguono la toccante tensione dal crescente accumulo di stress fossile. Posso permettermi di sopportare lo stress emotivo quando c’è un motivo, invece di offrire un gesto votivo alla legge del taglione, al concetto variabile di merito, colpa e giustizia generalmente applicato anche su coloro a cui si vuole bene, non sapendo bene chi nel rapporto si abbia intenzione di tutelare. Posso permettermi di selezionare chi fare entrare, posso permettermi di svelare che io non ho porte, basta la volontà di venire vicino. Posso permettermi di passare del tempo da solo, salvo che quando uscirò dal sottosuolo nessuno capirà il mio nuovo idioma. Posso permettermi di annullarmi e di insidiarmi in una qualsiasi ragnatela di rapporti per aggiungere casistica alla mia enciclopedia di esempi, quando sono esente da proponimenti. Posso fare un sacco di cose, e questo è causato da ed è causa del fatto che le relazioni con gli altri mi risultano difficoltose. Bene, ed ora torno a casa. In stazione c’è una radio: per caso ascolto una canzone, considero che non riesce a descrivermi perché sono solito esigere un’attenzione che va oltre i discorsi. Buon pomeriggio a tutti."
[Uochi Toki, "I rapporti"]

Intervento correttivo

Due post fa ho scritto che mi sarei visto i Meganoidi sabato sera, al Metarock Festival.
Ora, dopo i Meganoidi avrebbero suonato i Sud Sound System... che, con tutto il rispetto, non reggo proprio! Quindi mi sono informato su quanto avrebbero suonato i Meganoidi... e dare 15 euro, che poi sarebbero stati "spartiti", per vederli suonare solo 45 minuti non mi è sembrato opportuno.
Aspetto che tornino da queste parti.
Saluti.
E allora ti ascolti questo artista o quest’altro, ti leggi le interviste di questo artista o di quest’altro e t’influenzano, ne trai degli spunti. Ma dicono cose che sono agli antipodi tra do loro.
E allora ti leggi i libri di questo scrittore o quest’altro, hanno punti di vista totalmente opposti. Però ti piacciono tutti e due. Però t’influenzano entrambi.
E poi lo stesso succede con i film.
E arrivi alla sera che ti sei puppato per tutto il giorno una serie di idee altrui che ti hanno influenzato seppur non ce ne fosse uno che dicesse una cosa uguale ad un altro. E allora pensi che sia un bene, forse. Che almeno ti apri la mente. Che il mondo è bello perché è vario. No?
E poi pensi che magari potresti smettere di sentire le opinioni altrui attraverso questi canali e fare tutto per conto tuo: scrivere per conto tuo, pensare per conto tuo, elaborare per conto tuo. Ma poi arrivi all’amara conclusione che sarebbe difficile elaborare senza esaminare le cose di quelli che hanno elaborato prima di te. E torniamo al punto di partenza. E non trovi una soluzione.
E poi ti dici che su tutti questi intrecci mentali che ti sei fatto faresti bene a buttarci giù due righe. E stai lì ad arrovellarti il cervello per trovare le parole, lo stile con cui buttare giù queste due righe. E scopri che lo stile che usi è lo stesso del libro che stai leggendo, etc.
Ma la cosa veramente triste è che poi pensi che pubblicherai tutto sul tuo blog. Perché la gente deve sapere. Perché la tua idea deve andare a far parte di quell’ammasso quotidiano di idee da cui uno trae gli spunti per i suoi pensierini serali.

venerdì 26 giugno 2009

Frankie, dopo 4 anni


Ok, lo ammetto. Mi confesso. Ascoltare i primi Club Dogo e Fibra (ci tengo a sottolineare “i primi” perché erano di gran lunga più apprezzabili di adesso) dirigendosi a vedere un live di Frankie Hi-NRG MC equivale più o meno a bestemmiare in una chiesa. Mi giustifico col fatto che volevo entrare nell’ottica dei quattro quarti e delle rime ed ho messo su la prima compilazione Hip-Hop che mi sono fatto apposta per la macchina.
Di concerti ne ho visti. Non tantissimi, ma ne ho visti e di solito non scrivo qualcosa per ogni concerto che vedo. Ma questa volta è diverso. Questa volta un insieme di fattori, di situazioni, di ricordi ed emozioni mi ha spinto a dover per forza buttare giù queste due righe.
Arrivo al Campo sportivo Abetone di Pisa che non c’è quasi nessuno. Pensavo che sarei arrivato tardi ed invece ho scoperto, in seguito, che le danze si aprivano dopo.
C’erano poche persone. Chi si beveva il suo birrino, chi socializzava per terra in cerchio.
In lontananza il palco, vuoto. Poco dopo il mio arrivo attaccano a suonare i Not4Wedding (incredibilmente Word non mi segna come errore il nome di questo gruppo!), quattro ragazzi di San Marino che fanno punk-rock. Ora, il punk-rock non è proprio il mio genere preferito, o almeno non più… ma, si sa, dal vivo si apprezza tutto! Apprezzabile l’autoironia del gruppo: ringraziavano per il calore un pubblico di 8 persone!
Chiusa la parentesi punk-rock ecco che si inizia con la vera e propria serata all’insegna del rap.
Secondo performer è Don Diegoh, accompagnato da DJ Herpes. Il pubblico triplica e ci avviciniamo al palco. Non ricordo il numero dei pezzi, quattro o cinque forse, ma non mi è dispiaciuto affatto. Non è facile seguire il testo di un pezzo rap dal vivo se non lo si conosce, ma ricordo qualche rima che non era male. Bassino, mingherlino… ma molto molto energico e per niente intimidito questo Don Diegoh.
Ed ecco che si sale ancora. Entrano gli Uochi Toki. DJ ed MC che fanno un rap che esce completamente da ogni canone. L’ho definito “Rap Futurista” parlando con un amico che era con me. Basi sostanzialmente elettroniche che sfociano nel noise, un rappato che, se può, se ne frega di metriche e rime ma che è molto, molto intelligente! Mi riesce difficile classificare, descrivere e catalogare questo duo fuori dall’ordinario e per questo non lo farò. Non credo piaccia neanche a loro essere catalogati. Consiglio però un ascolto.
Finito anche l’intervento degli Uochi Toki il pubblico inizia a farsi numeroso. Sappiamo perché siamo lì e chi stiamo aspettando.
Come ho premesso non sono solito dedicare così tanto tempo alla “recensione” di un concerto. Ma questa più che una recensione vuole essere una storia personale. Dettata da delle emozioni che ho provato. Specie in questa seconda parte.
Seppur il panorama musicale di cui mi nutro sia molto ampio il rap ne occupa una buona percentuale. Mi sono sempre dilettato nello scrivere testi. E ho sempre considerato Frankie Hi-NRG come una sorta di mentore. Testi spessi e taglienti, metriche perfette. Anche se ora non lo ascolto più come una volta ha comunque segnato parte della mia adolescenza, vi sembrerà esagerato ma è così. Dal mio punto di vista non ero a vedere un concerto qualunque. Tutta questa eccitazione è data anche dal fatto che l’ho visto per la prima volta quattro anni fa. Ed ero in compagnia dello stesso amico con cui ero ieri sera (ed anche un terzo, che in quattro anni ha cambiato totalmente musica e stile di vita). Quella sera di quattro anni fa ero così gasato che ho saltato tutta la sera come un deficiente. Avevo 16 anni, ero piccolo e stupido. E quel continuo saltare mi ha lasciato un dolore al piede sinistro che in quattro anni non ho mai fatto controllare. E anche se detta così sembra un’enorme vaccata la ritengo una cosa importante per me. È come se ci fosse una specie di continuità tra quel concerto e quello di ieri sera. Eppure quante cose son cambiate in quattro anni!!!
Bene, dette tutte queste cose che non interessavano praticamente a nessuno passiamo ad una descrizione del concerto.
È innegabile che Frankie sia invecchiato. Non me ne voglia… ma 40 anni non sono pochi. Sarò sincero: le ultime cose non mi entusiasmano. Se prendo il suo album del ’97, “La Morte dei Miracoli” (che, a parer mio è forse il più bell’album della musica rap italiana sotto tutti i punti di vista!) e lo confronto con gli ultimi pezzi… bè, il paragone non regge.
Premettendomi queste cose vi confesso che le mie aspettative per questo concerto non erano altissime.
Mi ha completamente fregato!
Un live dinamico, energico (lo dicono quelle tre lettere nel suo nome, no?). Impeccabile. Mai moscio, mai spento. E qui mi viene da citare lo stesso Frankie che in un pezzo de “La Morte dei Miracoli” affermava “Tagliato e looppato storto come un ulivo secolare che, nonostante gli anni, fa saltare!”. E di anni ne sono passati dodici da quell’affermazione, ma lui fa saltare ancora!
Esilaranti i due monologhi che ha fatto sull’attuale situazione politica italiana: “Spero abbiate seguito le cronache politiche del paese, ultimament. Si distinguono da tutte le altre cronache perché hanno le tette in copertina.” O qualcosa del genere…
C’è da dirlo. È inquietante, angosciante, come canzoni di sei, dodici, sedici anni fa… siano ancora attualissime! “Quelli che Benpensano”, canzone che conosce praticamente chiunque, è una canzone eterna. Ed è questo che fa paura.
“Sono intorno a me, ma non parlano con me. Sono come me, ma si sentono meglio.”
L’abbiamo urlato tutti ieri sera.
Quest’anno il Metarock Festival mi ha regalato Frankie e, sabato sera, i Meganoidi (questi però non li regala, si pagano) che, per chi non li seguisse, non fanno più lo ska che facevano un tempo: hanno cambiato totalmente registro. Ai Meganoidi seguiranno i Sud Sound System… e li mi sparerò! Scusate, ma non li reggo proprio!

lunedì 8 giugno 2009

Siamo riusciti a mandarlo anche in Europa! Com'è possibile? Inizio a pensare, come dice un mio amico, che davvero le schede siano già tutte belle e pronte. Non voglio crederci ad una cosa così... ma mi costringono!!!
Ma basta con questi discorsi scontati.
Piuttosto vorrei spendere due parole su una cosa che è davvero difficile da spiegare a parole. Ho passato una settimana a L’Aquila, come volontario tra i terremotati. Come ho premesso non è facile descrivere lo scenario che ci si trova davanti.
Persone che hanno perso tutto; persone che non hanno perso niente ma che sfruttano comunque le tende e il cibo gratis (giustificabili? Forse); persone che si chiedono perché, dopo due mesi, lo stato non sta facendo nulla, perché il G8 ha acquisito la priorità sulla ricostruzione etc.
L’Aquila è una città fantasma. Non ho potuto vederla tutta, chiaramente, ma quello che ho visto mi è bastato. Ogni casa vuota, ogni porta chiusa, ogni finestra serrata. Sono rimasti solo branchi di cani che vagano, abbaiano e ululano.
Purtroppo le parole sono gabbie, recinti nei quali non entra tutto quello che si può provare osservando uno scenario del genere. Ci si trova davanti a qualcosa di così meravigliosamente spaventoso che non esistono concetti per poterlo spiegare.
Forse sto sfiorando il melenso ed il banale, ma posso garantire che è così.

lunedì 11 maggio 2009

L'Italia è una Repubblica fondata sull'Orzoro.

domenica 10 maggio 2009

Questi NON sono fotomontaggi.






Quello che mi rode è che se il tizio qui sopra fa questo gesto un po' "passato di moda" forse la sua filosofia di vita sarà la stessa di quello che questo gesto lo ha fatto prima di lui: "Che parlino bene o che parlino male, basta che parlino di me." (o una cosa del genere)... quindi sto solo facendo quel gioco, il suo gioco.
Inoltre, copio e incollo da Wikipedia: Il saluto romano è vietato in Italia dalla legge n. 645 del 20 giugno 1952 (Legge Scelba), recentemente aggiornata con la Legge n. 205 25 giugno 1993 (Legge Mancino), ma solo se compiuto con intento di "rivolgere la sua attività alla esaltazione di esponenti, principi, fatti e metodi propri del predetto partito o a compiere manifestazioni esteriori di carattere fascista" e può essere punito con la reclusione da sei mesi a due anni e con la multa da lire 400.000 a lire 1.000.000.

mercoledì 6 maggio 2009

Perché è sempre più facile procedere per luoghi comuni.
Pensare che è meglio il polline della guerra.
Che anche la droga è meglio della guerra.
Per lo meno la droga è una morte volontaria. La guerra no, solitamente.
Ed è quando inizi a pensare che la lontananza sia solo quella in chilometri che sei veramente fregato, perché quasi continui a sperare.

martedì 5 maggio 2009

E verrà il giorno,
perché quel giorno verrà,
in cui tutti indosseremo
quelle belle parrucche sfarzose e,
puntando
il dito
contro chi ci chiese consiglio,
canteremo la bella canzone
che dice “Te l’avevo detto! Te l’avevo detto!”.
Grideremo più forte dei loro conati.
Canteremo più orgogliosamente dei loro respiri.
Volteggeremo più graziosamente delle loro agonie.
Danzeremo più velocemente dei loro cadaveri.

venerdì 1 maggio 2009

Me ne sbatto di che giorno è oggi: l'importante è che la giornata inizi con "La voce del padrone" del Battiatone nazionale!
Mi vengono a prendere tra mezz'ora.
Saluti.
Volevamo spaccare il mondo.
Ci siamo limitati a distruggere i sedili sugli autobus.

giovedì 30 aprile 2009

martedì 14 aprile 2009

giovedì 9 aprile 2009

Un minuto di rumore.

È notizia di questi giorni la morte di centinaia di persone (quasi 300, stando alle notizie) a causa delle scosse sismiche in Abruzzo. L’Italia è concentrata su questo avvenimento: notiziari che ci aggiornano ora dopo ora; notizie in prima pagina sui quotidiani etc.
Delle auto-bomba sentiamo al massimo l’eco, ma stavolta a morire sono i nostri vicini di casa e la cosa ci turba.
Su Facebook sono stati creati tantissimi gruppi in segno di… solidarietà? Alcuni esempi: “x le vittime del terremoto in abruzzo…”; oppure “Tutti quelli di Facebook vicini alle famiglie del terremoto in Abruzzo” (che suona anche male come frase, per altro… “le famiglie del terremoto”) e altre cose del genere. Su Messenger invece la solidarietà e l’affetto verso queste persone lo si può dimostrare inserendo comodamente l’emoticon di una rosa nel proprio nickname: in due giorni Messenger è diventato un vivaio.
È possibile che adesso qualcuno, leggendo questa cosa che sto scrivendo, mi dia dell’insensibile, del cinico. Penserete che sono composto per lo più di materia fecale.
Chissà, probabilmente lo sono… probabilmente sono io che sbaglio a pensare che iscriversi a uno di quei gruppi su Facebook o aggiungere la sigla “(F)” davanti al proprio nickname sia un gesto piuttosto… squallido? Probabilmente sbaglio dicendo che sono falsi pietismi. Sicuramente sbaglio dicendo che tutte quelle rose non ricostruiranno nemmeno una tegola all’Aquila.
Ricordate il massacro dei monaci buddisti in Birmania di qualche tempo fa? «In segno di solidarietà indossate qualcosa di rosso» ci dissero. Perfetto: nulla in contrario; è giusto riconoscere che certi atti sono profondamente sbagliati, mostrare indignazione verso certi atteggiamenti. È giusto schierarsi contro il massacro di manifestanti innocenti e esprimerlo mettendosi qualcosa di rosso.
Ma diciamoci la verità. Non bisognerebbe vestirsi di rosso ogni giorno?
Ho cercato alcuni dati su internet:
24.000 morti al giorno a causa della fame (di cui 16.000 sono bambini);
una statistica del 2004 diceva che ogni giorno, solo in Italia, vengono stuprate sette donne (oggi sappiamo, inoltre, che nel 90% dei casi lo stupratore è un italiano - anche conoscente della vittima - e non necessariamente un rumeno);
i ragazzi soldato (minori di 18 anni a cui viene data un’arma e affidato il compito di uccidere) sono 300.000;
il numero delle vittime del comunismo cinese non ci è dato di saperlo.
La lista sarebbe infinita mettendoci anche mafia, conflitti vari (di cui non si sente mai parlare), schiavitù, sfruttamento e chi più ne ha più ne metta.
Perché non ci viene detto di vestirsi sempre di rosso? Perché ci accorgiamo delle disgrazie solo in casi di “emergenza”?
Vogliamo metterci in mezzo anche i tipici “minuti di silenzio”?
Non so se ridere o piangere quando, prima di una partita, stadi interi si fermano per quel minutino prima di iniziare a urlare cori e sventolare bandiere.
Ricordo quei fantastici minuti di silenzio alla fine del 2004, per le vittime dello tsunami dell’Oceano Indiano. A mezzanotte del 31 Dicembre tutti abbiamo abbassato le teste e abbiamo fissato il pavimento, con una coscienziosità indicibile e siamo stati in silenzio per rispetto ed amore verso le centinaia di migliaia di morti. A mezzanotte ed un minuto brindavamo all’anno nuovo e ci divertivamo come pazzi.
La verità è che quei silenzi servono a mascherare ipocrisia.
La verità è che quelle rose sono già appassite.

domenica 5 aprile 2009

"La gente è strana: si infastidisce sempre per cose banali, e poi dei problemi gravi come il totale spreco della propria esistenza, sembra accorgersene a stento."
Diceva così Charles Bukowski (uno dei miei scrittori preferiti) e io mi sono fatto “portavoce” di questa affermazione. Ma quanto sono coerente? Non sono forse anch’io una di quelle persone che spreca la propria esistenza? Perché continuo a distrarmi su cosette di poco conto, perché continuo a buttare via pomeriggi per totali futilità e perdo di vista quella che dovrebbe essere la mia strada?

[tratto da "Santa Maradona", Marco Ponti]

sabato 4 aprile 2009

Art session: Zeninho

Stile inconfondibile, maestria nell’uso dei colori e composizioni di forte impatto.
Per le sue foto, ciccate QUI.


(link alla foto)


(link alla foto)

giovedì 2 aprile 2009

"Tizio è un farabutto"

"Il problema è linguistico.
La colpa è di chi dice un po'. La colpa di tutto, intendo. Ci ho pensato a lungo e non ho più dubbi.
Un po' è usatissimo, da chiunque, comunque e dovunque. Fateci caso.
Dietro l'apparenza di moderazione che sembrerebbe esprimere addirittura equilibrio e saggezza, nasconde invece mediocrità e qualunquismo.
È triste come l'insopportabile e inqualificabile, oltre che inesistente in natura, "attimino". Diminutivi dell'impossibile accompagnati da sorrisi conciliatori.
Sono stanco di conciliare.
Esempio: si costruisce un orrendo caseggiato in un centro storico? Si dirà "è un po' fuori luogo". Ma non è così: fa schifo, è brutto, non lo voglio, fa cagare!
Il tuo compagno di banco non riesce nemmeno a coniugare i verbi in italiano? Non è un po' confuso: è un ignorante. Forse un idiota. Sarà il tempo a dircelo.
Guidi dopo esserti fatto le canne o impasticcato? Non sei un po' imprudente: sei uno stronzo e un potenziale assassino.
Come si vede, la colpa è solo e sempre di un po'.
E così se qualcuno dichiara guerra per esportare la democrazia, si dirà che è un po' un controsenso.
E invece è una vergogna, un'infamia, una insopportabile ingiustizia che ci si ritorcerà contro.
Un tizio viene indagato per un milione di reati con prove schiaccianti e inconfutabili? Si troverà che i giudici sono un un po' intransigenti, un po' comunisti o un po' fascisti o un po' quel che volete. Ma non è così: più semplicemente il tizio è un farabutto.
E se un ministro, un presidente, un politico, un cardinale, un imperatore, un monarca dicesse che i negri sono tutti ladri, i musulmani incivili e gli arabi perlopiù terroristi, troverete facilmente chi osserverà che le espressioni usate sono un po' colorite. Non sono colorite. Trattasi banalmente di fascista e razzista.
Le parole sono parole e non sono un po' parole. I principi sono principi e non sono un po' principi.
Liberiamoci di un po' totalmente e non in parte. Liberiamo le parole e adoperiamole al meglio. Qualunque vicenda ci apparirà più semplice e chiara.
Starò diventando vecchio e di nuovo intransigente come un adolescente? Può darsi.
Ma mi sento meglio. Non un po' meglio. Molto meglio."
[Fabio Fazio, tratto da Smemoranda '07]